aggiornato il 12-5-2021

Gatti in analisi

di Federico Bagni

Testo finalista della XXI edizione del concorso delle Biblioteche di San Donato Milanese

L’ho visto all’ultimo, è stato un attimo.

Si dice così, in questi casi.

Solo che io l’avevo visto bene, quel gatto. Un gatto grigio, spelacchiato, con il collare rosso e gli occhi gialli. Stava sul bordo del marciapiede, con l’aria incerta di chi potrebbe balzare giù all’ultimo. Ho rallentato fin quasi a fermarmi, nel caso volesse passare. Ma quello niente, mi ha fissato dal bordo del marciapiede restando immobile. A quel punto ho premuto il pedale del gas per riprendere velocità. Il gatto non aspettava altro: mi ha rivolto un ultimo sguardo, prima di scivolare giù dal marciapiede sotto le ruote della mia auto nuova.

Ho inchiodato all’istante, ma è stato inutile. C’è stato quel rumore atroce, quel frantumarsi.

Ho spento il motore e chiuso gli occhi. Con gli occhi chiusi ho rivisto quelli del gatto. Il suo sguardo esausto, prima di lasciarsi andare.

La cosa peggiore è stata guardare sotto. Non era un bello spettacolo.

Nel bagagliaio avevo ancora il grosso telo bianco usato per il trasloco. Ci ho avvolto quel che restava del gatto. Poi ho spostato la macchina, per toglierla dalla carreggiata. La pozza si stava già asciugando, per via del caldo; tempo due ore e sarebbe rimasto solo un alone sbiadito, al posto del gatto.

Mi sono guardato intorno. C’erano due palazzine affacciate sulla strada, e non era detto che il gatto venisse da lì. Da un balcone del primo piano una bambina mi teneva sotto tiro.

«Era della signora Bianchi» ha detto la bambina, senza che glielo chiedessi e usando l’imperfetto.

Non ha indicato la pozza felina, eppure mi sono voltato a guardarla. Stava lì, sull’asfalto, come una mano contro il finestrino appannato che ti fa compagnia dopo il fischio del capostazione. Ho chiesto alla bambina dove stesse, questa signora Bianchi.

«Terzo piano, interno sei» ha scandito.

Mi sono chiesto se conoscesse gli interni di ogni singolo condomino; se conoscesse vita morte e miracoli di ogni singolo condomino. Lei e quel sapiente uso dell’imperfetto, per riferirsi a ciò che ormai non c’è più.

Adesso cosa le dico? Scusi, sa, le ho ammazzato il gatto?

Sono rimasto davanti a quel campanello per forse cinque minuti, in cerca delle parole giuste. Poi ho pensato che le parole non sono giuste o sbagliate, sono soltanto parole. Al massimo puoi invertirne l’ordine, ma la somma dà sempre l’intero.

La donna dietro la porta era identica a Madame Cotillard: stessi capelli ricci, stessa ciccia che mette allegria, stessi occhi trasparenti. Madame Cotillard l’avevo conosciuta tanti anni fa, mi aveva affittato una chambre in Provenza. Viveva in una casa anni Cinquanta piena di bambole, che odorava di naftalina e ricordi.

La signora Bianchi/Cotillard mi ha sorriso. Mica lo sapeva, che le avevo seccato il gatto.

«Salve» ho bofonchiato.

«Buongiorno» ha detto lei con una vocina da usignolo in pensione. «Posso esserle d’aiuto?».

Ho deglutito un paio di volte prima di rispondere. Del resto non poteva essermi d’aiuto in alcun modo, a parte accollarsi un senso di colpa e i resti del gatto. «In realtà temo di doverle dare una brutta notizia, insieme alle mie più profonde scuse. Posso entrare un secondo?».

La signora Bianchi/Cotillard ha annuito, come se sapesse già tutto. Ha fatto un passo indietro per invitarmi in casa sua. «Si accomodi» ha detto senza chiedere altre spiegazioni.

C’erano un sacco di foto incorniciate. Tutte dello stesso bambino, zazzera di capelli biondi e sorriso Mentadent.

«Suo nipote?» le ho domandato, indicando mensole e credenza.

«No» ha detto, scuotendo la testa. Senza peraltro dirmi chi fosse, quindi, quel bambino.

La finestra del soggiorno dava sulla strada. Mi sono chiesto se avesse visto qualcosa, da quella finestra; se sapesse già quel che stavo per dire.

Il divano era rosso fuoco. La signora Bianchi/Cotillard, però, non mi ha invitato a sedermi. È rimasta in piedi davanti al divano, fissandomi con un’espressione di attesa.

E io lì, immobile, con una faccia da tonno in scatola, senza nessuna parola in testa né sulla punta della lingua. L’unico modo che ho trovato per affrontare la situazione è stato estrarre il collare del gatto dall’interno giacca. Il collare aveva lo stesso colore del divano. Mi è parso un oggetto inutile, senza il gatto dentro.

La signora Bianchi/Cotillard ha fissato il collare senza il gatto dentro. Io ho fissato la signora Bianchi/Cotillard, pronto a sorreggerla in caso di mancamento. La signora Bianchi/Cotillard però non è svenuta. Ha sgranato gli occhi, questo sì. Occhi che si sono inumiditi, prima di nascondersi. Anche la signora Bianchi/Cotillard si è nascosta; ha fatto un cenno con la mano, è sparita di là con passo leggero.

Sono rimasto da solo dentro il soggiorno silenzioso, col divano rosso fuoco davanti agli occhi e un collare dello stesso colore nella mano destra. Di gatti nemmeno l’ombra, neppure in foto. E chissà chi cavolo era, quel moccioso con la zazzera bionda e il sorriso Mentadent.

Sono uscito da lì due ore più tardi. Del gatto avremo parlato sì e no cinque minuti.

Sarei potuto tornarmene a casa, rimandare a domani quel che mi aveva chiesto. Invece ho preferito andarci subito. Sentivo il bisogno di chiudere quella cosa, lasciarmi tutto alle spalle. Prima però ho fatto un salto al Brico, non sono solito viaggiare con una pala nel bagagliaio.

Il pioppeto stava a pochi chilometri dalla casa della signora Bianchi/Cotillard. L’ho trovato facilmente, le sue indicazioni erano più che precise. Quando ho tirato fuori i resti del gatto mi sono sentito un profanatore di tombe, anche se in realtà stavo per scavarne una. Non c’era nessuno lì intorno, giusto un paio di bici lungo la ciclabile e qualche jogger in tenuta da combattimento. La luce era pulita, tagliava il pioppeto come mille lame affilate. C’era un bel silenzio. Uno di quei silenzi che puoi modellare, per farne ciò che vuoi.

Prima di cominciare a scavare mi sono arrotolato le maniche. Poi ho pensato solo alla consistenza del terreno, al modo più efficace di inclinare la lama per farla scivolare tra le zolle. Il tramonto stava dietro l’angolo, mi ha concesso mezz’ora.

La fatica e il sudore, il battito sincopato del mio cuore. Il sorriso malinconico della signora Bianchi/Cotillard che mi abbraccia sulla porta di casa per non farmi andare via.

Quando la fossa è stata abbastanza profonda ci ho calato il gatto, nel telo che avevo usato per il trasloco. Ho deposto anche il collare rosso, la signora ha voluto così. Sono rimasto a fissare quel telo bianco e quel collare rosso, nella luce bassa del tramonto. Una cornacchia sbraitava in lontananza. Un aereo, sopra la mia testa, se ne andava chissà dove. La ciclabile era deserta. C’ero soltanto io, davanti a questa piccola fossa. Con gli occhi umidi e il respiro affannato, le mani arrossate e gli occhi sbarrati.

Del gatto avremo parlato sì e no cinque minuti. Il resto del tempo abbiamo parlato di suo padre e del mio, soprattutto del mio. Di come le cose sono andate in frantumi quando mia madre è scappata in Germania con un tizio squadernato e lui ha dovuto occuparsi di me – lui che a stento sapeva badare a se stesso. Del suo risotto sempre scotto, del suo sorriso timido, dell’inadeguatezza che gli faceva abbassare lo sguardo quando non trovava le parole. Di tutte le fidanzate che ho lasciato per paura di diventare come lui – per paura di restare solo. Dei traslochi come via di fuga, scatoloni buttati in macchina con pezzi di vita da portare altrove.

Quando sono risalito in auto dopo aver seppellito il gatto ho sbirciato nello specchietto retrovisore. Ci ho visto lo stesso sguardo esausto che aveva il gatto prima di scivolare giù dal marciapiede.

Passiamo la vita a lottare contro i sensi di colpa, ha detto la signora Bianchi/Cotillard. Ma è solo paura di affrontare la realtà, paura di spedire al mittente le colpe degli altri.

Al bivio verso casa ho rallentato fino a fermarmi.

Spedire al mittente le colpe degli altri, ha detto la signora Bianchi/Cotillard. Scrollarsi di dosso tutto quel peso. Far posto nella testa e nel cuore.

È come prima di un trasloco, ha aggiunto prima di lasciarmi andare. Pensiamo che gli scatoloni non basteranno mai, ma il problema non sono gli scatoloni. Il problema è tutta quella roba stipata in cantina, un sacco di cose che non servono. Prima o poi bisogna fare selezione, tenere solo le cose che vale la pena di avere con sé. Le cose e le persone.

Io avevo annuito, massaggiandomi il naso.

Come se fosse facile, poi. Lei non lo sa quanto costa un trasloco, quanto è lungo un addio. O forse lo sa meglio di me, e ha preferito non infierire.

Comunque le ho appena falciato e seppellito il gatto, ed era tutta la sua vita.

Pensavo a questo, quando ho imboccato l’autostrada invece di tornarmene a casa. Alla signora Bianchi/Cotillard e al suo gatto suicida. Alle cose che vale la pena di avere con sé. Le cose e le persone.

Chissà se gli viene ancora scotto, quel risotto.

Chissà che faccia farà, quando gli racconterò che un gatto suicida mi ha riportato qui.

Condividi questo contenuto:

contatti

Comune San Donato Milanese
Via C. Battisti, 2
tel 02-52772.1
P.IVA 00828590158

iscriviti per rimanere aggiornato