aggiornato il 12-4-2021

La giustizia dell’uomo

di Benedetta Barbetti

Testo finalista della XXI edizione del concorso delle Biblioteche di San Donato Milanese

Le tenebre disseminate sullo sterile terreno di questa cupa notte di aprile sembrano aver rapito via con sé, Plutoni d’altra epoca, ciò che rimaneva del baluginio delle stelle. La luce. La notte si spiega e attorciglia su se stessa da regina. Trova la luce. Fuori la macchina, dentro la macchina, un silenzio d’attesa, attesa del patibolo. Vedo la luce, trovo la luce. No, è solo un intrepido lampione aggrappato alla sua triste vita solitaria, in questa strada di provincia avvolta dalle spire d’ombra. Poi dite che è facile trovare la luce nella storia. Il senso. Una falena infila il suo corpicino nel pertugio del vetro, le ali si bruciano, cade.

Come si spiega la morte, se convenite nel fatto che essa possa spiegarsi? La Provvidenza, la volontà del cielo. Buon cielo. Riavvolgo il nastro, guardo indietro, cerco la luce, la luce non c’è e tutto appare paralizzato, gelido in una eterna sospensione di falene dalle ali bruciate. Mi tocco la schiena, cerco le mie di ali, le ali non ci sono. Appare tutto così nero. Irrisolvibile.

Eppure, una brezza di cambiamento ha in questi ultimi giorni sfiorato la mia cella. Si vocifera che arriveranno i soccorsi, che ci libereranno… Ma ora come ora, sballottato su questa macchina, le mani legate a stringere la croce di legno dietro la schiena, stento a credere che vedrò l’alba di tal cambiamento. Non importa, mi dico. Non è essenziale, la mia vita. Sono stato creato per altro. Per altro… Per cosa? Per altro.

Volevano costringermi alle armi, piegare la mia volontà, sputare sulla mia obiezione di coscienza. Sono stato creato per altro, lo sento, lo sentivo nelle ossa, nel pulsare del mio cuore, nella luce che dal cielo bagnava la via che percorrevo. Intagliato nell’ulivo, non nell’acciaio. Polvere eri e polvere ritornerai. Polvere da sparo. Non permisi mi plagiassero, non permisi recitassero quel teatrino calcando il palcoscenico da divinità.

«Vattene. Tira una brutta aria ora come ora per quelli come te.» mi disse mio padre una sera, seduti di fronte al camino, lui con la pipa in bocca io con la Bibbia in grembo. «Vorrà dire che costruirò un mulino».

Tuttavia partii. Tira una brutta aria per quelli come te. Tenevo una corrispondenza da Londra con i miei amici in Germania. Era il 1934 quando sul profilo cementificato del potere di un folle, di un pazzo, si affacciò quella luce. Era come il baluardo di Cristo. Del suo amore, della sua incommensurabile dolcezza. L’uomo che per una volta cerca di difendere Dio. Feci ritorno. Non potevo fare altrimenti. Seppur salvo, quale pro sarebbe venuto alla piccola, innocente Germania? Stolti coloro che inneggiavano al suo nome, al suo saluto e alla sua boria.

Durante il viaggio che separava la Manica da Calais, tenni sulle gambe il libricino rilegato su cui solevo scrivere. La penna immobile, impugnata dalle dita tozze. Ripercorrevo con la mente il percorso dell’umanità, le ferite, le croci che i nostri avi, le nostre terre avevano patito. Per un attimo, mi domandai se davvero ne valesse la pena. Tutto questo. Forse l’uomo era davvero inevitabilmente corrotto nell’animo? Non c’era ritorno dalla dannazione? Un uomo si sedette accanto a me, mi chiese se fossi uno scrittore. Risposi che ero un semplice pastore. Quello prese il suo cappello e il suo bastone e se ne andò. Verso sera, fu la figura di un anziano ad intercettare il mio sguardo. S’accomodò di fronte a me, rimase a guardarmi.

«Dov’è diretto?»

«Germania».

«Solo un pazzo o un nazista avrebbe l’ardire di andarvi ora».

«Ho l’arroganza di propendere per la prima ipotesi, signore».

Levò gli occhi dal mio volto, li rivolse al mare cupo, che si fondeva col nero del cielo. Un tuono gorgogliò in lontananza, se dalla parte inglese o da quella francese non ne fui certo. L’uomo si sfilò i guanti, sulle mani tremanti intravidi una fede nuziale.

«Lei crede in Dio?»

«Sono un pastore».

«Sì, ma lei ci crede?»

Tacqui. Scandagliai quel viso insolente, quel mistero che mi si profilava davanti. Attesi che proseguisse, che spiegasse, ma fino a tarda notte le uniche voci a rompere il silenzio furono quelle di un gruppetto di donne sedute a un paio di divanetti dal nostro. Al momento dell’attracco, l’uomo si levò in piedi e mi osservò dall’alto degli occhialetti tondi che portava inforcati sul naso dal profilo delicato.

«Ho sentito tante ragioni sul perché Dio non possa non esistere. Io gliene dirò solo una contraria».

Si chinò su di me, mi poggiò una delle mani tremanti sulla spalla, il lembo della giacca che fu stretto da quelle dita forti ma anziane, ora nuovamente ammantate dal guanto. «Guardi i bambini. Li guardi. Si goda lo spettacolo mentre piangono. Il mio, di biglietto, lo restituisco».

E fui in Germania. 1935. Non la riconoscevo, quella terra di miseria in cui ero cresciuto. La guerra aveva trasformato il nostro Paese in un ammasso di stradine lerce pullulanti di gente affamata, bambini che raschiavano la scodella ormai priva della parca porzione. Ora, per le strade di Berlino passeggiavano fieri e aitanti giovani che gonfiavano il petto, discorrevano sulla magnificenza del Führer, fischiavano dietro le gonne di qualche signorina imbellettata che si volgeva con risolini per poi salutare col fazzoletto. Era una Berlino diversa, pomposa, serragli di soldati presidiavano la città come se i suoi abitanti fossero inconsapevoli carcerati.

Camminavo perdendomi fra quei viali brulicanti di vita che non riconoscevo più. Mi persi. Mi ritrovai? Lo feci. Accadde in un vicolo. Inciampai, fui sul punto di cadere, mi ripresi appena in tempo.

«Un brindisi, padrone!»

Mi volsi. Un randagio. Un cane randagio, pulcioso. Un cane di carne, stoffa, stracci. Era uno spilungone che sembrava star annegando nell’oceano di abiti consunti, dai colori spenti, grigi, il naso rosso, un sorriso irrealmente dilatato, che pareva volersi strappare via dal volto emaciato, sul cui pallore galoppava un innaturale carminio d’alcol.

«Un brindisi!» ripeté levando la fiaschetta verso di me.

Mi chinai su di lui, mi rise in faccia, il suo puzzo, il suo alito acre mi investirono.

«Chi è lei, buon uomo?»

«Oh! Uno svitato! Mi piaci, signore! Anche io son matto, sa? Sono poeta, io!»

«Lei poeta? E di che cosa scrive?»

«Sto ancora cercando di capirlo, signor svitato! Prima devo dirlo a mia moglie e ai miei sette figli».

Stentavo a comprendere. Cercavo risposte nelle parole di quell’individuo, ma tutto ciò che vedevo era una velata richiesta di aiuto. In qualche modo, quell’uomo mi inquietava, scatenava in me una sorta di turbamento in cui non mi raccapezzavo, come se volessi fuggire di lì, come se i miei sensi stessero cercando di dissuadermi dal trattenermi a parlare con quel poeta vestito di stracci.

Improvvisamente, udii la marcia. Passi scanditi, pesanti, tali da far tremare la terra sotto le punte. Fu un movimento istintivo: volgermi e ripercorrere il fiume all’indietro. La voce dell’uomo mi gridò qualcosa dietro. Non feci in tempo a riportare i miei occhi su di lui, che un manipolo di soldati si affacciò al calle, allungò il suo naso all’unisono. Uno di loro sbraitò qualcosa verso il poeta di stracci, che alzò per la seconda volta la fiaschetta. Si diressero verso di lui, la mano di uno sul proprio fucile, un altro mi allontanò: «Se ne vada, reverendo».

Obbedii. La mia paura lo fece. La paura s’impossessò delle mie stesse membra e mi trascinò via di lì, lontano, fermandomi solo una volta in Gendarmenmarkt. Crollai a terra, in ginocchio, una donna s’avvicinò, mi chiese se stessi bene. Quelle parole, quelle tristi parole, quelle pietre scagliate, quel vicolo.

«Cosa possiamo essere, ormai, se non sciocchi e illusi poeti dopo tutto quello che ci avete tolto?»

Ecco, quelle parole scandagliarono, finalmente, la nube della paura e dell’inerzia. Aderii alla Chiesa Confessante, volevo battermi, volevo cambiare le cose, anzi, fermarle nel loro regolare, inesorabile cambiamento. Lì conobbi Martin. Un uomo particolare, un Saulo sulla via di Damasco. Cadde dal cavallo del nazionalsocialismo, nei quali aveva voluto convincersi di trovare forza, opposizione al sempre più crescente ateismo. E aveva trovato morte. Nient’altro che morte. Una mattina discorrevamo sulla Bibbia, sulla figura di Caino.

«Chi sono io? Sono forse il guardiano di mio fratello?» disse.

Io rimasi in silenzio.

«Oggi i comunisti, e domani? Chi prenderanno domani? Chi lasceremo che prendano domani?»

Era il luglio del 1937 quando, una mattina, Martin non si presentò. E neanche quella successiva o quella dopo ancora. Un pomeriggio, la voce si sparse per la comunità. «L’hanno preso». Che cosa significasse, poi, quella frase nessuno di noi poteva saperlo, non ci volemmo neanche interrogare sul reale significato di quella consapevolezza. L’avevano preso, ciò bastava a soffocare i nostri spiriti speranzosi. Else venne da me in abiti di lutto, il viso pulito stanco, gli occhi velati. Mi prese le mani, mi si avvicinò.

«Ne valeva la pena? Valeva la pena perdere mio marito per ciò che state facendo?»

«Sì».

1943. Klaus aveva rischiato di sfondare la porta. «Cosa c’è?» gli chiesi, mentre lui, affannato, si versava del whisky nel bicchiere di cristallo. «Cosa c’è?» ripetei nel vedere il viso di mio fratello torcersi in un’espressione sgomenta. «L’ho fatto» mi rispose. «Fatto che?» chiesi allora. «Ho aderito alla Resistenza».

Mi parlò del piano, del progetto, dello scopo: attentare alla vita di Hitler. Un esiguo gruppetto di folli che voleva contrastare un folle. Klaus aveva riposto la sua vita e quella dei suoi compagni nelle mie mani, sudava, il piede tremava convulsamente. Uccidere. Togliere una vita. In qualche modo, il pensiero non mi fece rabbrividire come forse avrebbe dovuto. Pensavo, invece, a quel pugno di ebrei e perseguitati che io e Martin eravamo riusciti ad espatriare, a tutti quelli che, innumerabili, sparivano sui vagoni treno.

Negli occhi di mio fratello, anziché paura, intravidi speranza. E in qualche modo capii. Non gli chiesi nulla, presi semplicemente la bottiglia dell’annata più buona di cui la comunità disponeva e la vuotammo assieme. Nei fumi dell’ilarità e dell’ebbrezza, mi chiese cosa mi frullasse in testa.

«Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Devo saltare e afferrare il conducente al suo volante».

Non comprese, mio fratello. Lo fece solo la mattina dopo, quando gli chiesi di presentarmi ai compagni.

«Le maniere nostre non sono affatto quelle che prediligi tu. È rispondere da bestie a una bestia, Dietrich. Tu sei uomo di pace. Sei uomo di Dio».

Sorrisi tristemente al pensiero di quel Dio del quale tanto parlavo. Avevo letto, in gioventù, un testo di un certo italiano, Manzoni. Una mente brillante. Quel testo recitava più o meno così: cercando un colpevole contro cui sdegnarsi a ragione, il pensiero si trova con raccapriccio condotto a esitare tra due bestemmie: negar la Provvidenza o accusarla. Dio. Dio aveva permesso che quel folle salisse al potere e trasformasse un popolo in carnefice, un altro in carne. Guardi i bambini. Li guardi. Si goda lo spettacolo mentre piangono. Cosa voleva, da me, Dio?

«Quando sarà arrivata la mia ora, farò io i conti con Lui».

E la mia ora è arrivata. Mi attende al capolinea di questo viaggio. La brezza del cambiamento affranca appena il peso che grava sull’animo, è vero. Ma della dolcezza di tale brezza sulla pelle mai potrò bearmi. L’auto si ferma.

Steig aus. E io scendo. E sotto le prime luci dell’alba avanzo verso il palco di legno di fronte a me. 9 Aprile 1945. E ora, chiedetemelo. Chiedetemelo pure, avanti. Ne è valsa la pena, padre Bonhoeffer? Sì.

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