aggiornato il 12-4-2021

Lo faccio per te, lo faccio per me

di Manuela Ferrario

Testo finalista della XXI edizione del concorso delle Biblioteche di San Donato Milanese

Questa mattina piove e alle otto è ancora buio, nonostante sia estate. Non ho voglia di alzarmi. Ho deciso, rimarrò sotto il lenzuolo tirato su fino alle orecchie e non mi leverò dal letto per tutto il giorno. Ma ci sei tu che ti muovi in cucina e sento il caffè che sta gorgogliando nella caffettiera. Faccio uno sforzo e mi alzo. Lo faccio per te. Per non lasciarti solo. Perché, se no, ti faresti un sacco di domande, ti sentiresti in colpa nei miei confronti e ti crederesti inutile.

Sono nel periodo di sospensione della terapia: ventotto giorni sì e quattordici no, ancora ventotto sì, e di nuovo no. Gli ultimi giorni di trattamento sono i più duri, le forze vengono meno, il respiro si fa affannoso e il cuore batte all’impazzata anche quando faccio solo piccoli movimenti. Poi, durante l’interruzione, piano, piano, recupero un po’ di energie e riesco a fare qualche giro.

Oggi andiamo al fiume.

Ho sempre amato camminare. Prima camminavo per ore. Ora, anche una piccola passeggiata diventa un’impresa.

C’è aria fresca e umida. Sembra quasi una giornata autunnale. Ci teniamo mano nella mano, come il solito. Ci guardiamo intorno, godiamo della forza del fiume che scorre, della bellezza degli alberi che si snodano disordinatamente lungo l’argine e di quelli che emergono giganti da isole nascoste, immerse nell’acqua. Una leggera nebbia s’intona alla malinconia di cui siamo impregnati.

Dov’è finita l’estate?

Non la chiamo mai medicina, ma terapia. Medicina mi dà l’idea di qualcosa che fa bene, che fa guarire.

«Prendi la medicina, ti fa passare il mal di gola, la febbre, il raffreddore, il mal di pancia» mi dicevano, di volta in volta, da bambina, quando ero malata.

Ma questa terapia, no, non fa passare il male. Lo fa venire.

Quando la prendo mi viene la nausea, la diarrea, le vescicole in bocca, la debolezza, la pressione alta. La terapia toglie le forze, il piacere di passeggiare, e anche di mangiare: non ci sono più cose buone, ci sono solo cibi che non sanno di niente.

Quando la sospendo va meglio.

Perché la sto facendo?

Non la faccio per me. La faccio per te.

Sento un dolore che parte dalla nuca, passa dietro l’orecchio sinistro per giungere all’occhio, girandoci intorno. Chissà perché ci si accorge del proprio corpo solo quando duole o sta male? Quando sta bene è come se non esistesse. Non ci si fa caso al corpo che funziona, lo si dà per scontato.

Piove, piove e piove ancora. L’umidità nell’aria rende tutto appiccicoso e il respiro corto. Troverei intollerabile vivere una giornata così, se tu non mi fossi accanto, se non ci fossi tu a renderla sopportabile.

Alzo gli occhi al cielo: dov’è finita l’estate?

Ho sempre pensato alla morte e ne ho sempre avuto paura. E, in fondo, ho sperato, stupidamente, insensatamente, che a me non sarebbe successo. Non così presto, almeno. Mi ero convinta che avrei vissuto una lunga vita e che sarei diventata vecchia e in buona salute, proprio come mio padre.

Ora so che non sarà così.

Quanto tempo mi rimane? Cosa fare nel frattempo? Perché curarmi se non posso guarire? Perché lo sto facendo?

Mi rispondo che lo faccio per poter allungare un po’ la vita… Ma ne vale la pena, se poi le cose che mi hanno resa bella l’esistenza non riesco più a farle?

Sono le domande che mi perseguitano da quando mi sveglio la mattina a quando mi addormento la sera. Interrogativi che nascono, crescono e diventano pesanti come macigni. Domande appuntite che si incuneano tra i tendini e risalgono lungo i muscoli, finché provocano un nuovo dolore, sottile e acuto, che si impossessa della schiena, si arrampica lungo il collo. E tutto duole.

Sarà la cervicale?

Un nuovo giorno. Alzo gli occhi al cielo.

Ci sono nuvole all’orizzonte che procedono lente, si accalcano scure e tempestose nascondendo la luce del mattino. Minacciose, respirano forte e fanno paura. Non sanno dove andare. Le seguo con lo sguardo fino alla nausea, finché la testa inizia a girare vorticosamente.

Sarà la cervicale?

Sistemo i piatti nella lavastoviglie. Nessun altro sa farlo meglio di me. Neanche tu. Poi mi accomodo nel letto con i cuscini appoggiati alla parete in modo da poter riposare senza dovermi sdraiare ed evitare, così, la risalita dei succhi gastrici. Ho impiegato le ultime energie che mi erano rimaste per mettere in fila le stoviglie e posizionarle in bell’ordine. Vorrei leggere, ma le palpebre sono pesanti e gli occhi stanchi.

Ti offri di leggermi il libro che ho iniziato da poco. Lo leggi a voce alta, diventa il “nostro libro”. La tua voce è bella e carezzevole. La sai modulare in modo virtuoso e, pagina dopo pagina, mi culli e mi fai fantasticare.

Stanotte ho sognato che mi insegnavi a volare.

Nei momenti di difficoltà alzi gli occhi e guardi il cielo. Te l’ho insegnato io. È diventato il nostro modo per distogliere lo sguardo dalle situazioni difficili, quando ci sentiamo imprigionati, incastrati. Quando ci sembra che non ci sia via di uscita, non ci sia possibilità di farcela. Allora alziamo gli occhi, osserviamo squarci di cielo azzurro o di nuvole bianche, così ci dimentichiamo delle corde che ci legano, degli ostacoli irti e scivolosi, delle ortiche che ci pungono le caviglie, delle avversità della vita.

E questa notte, per ringraziarmi, tu mi hai insegnato a volare.

La malattia mi ha costretto a imparare che non posso fare tutto da sola. Mi ha permesso di accettare le tue cure amorevoli.

All’inizio mi infastidivano le tue attenzioni: volermi proteggere, fare le cose al posto mio per non farmi stancare. Tutto questo feriva il mio orgoglio di donna allenata a far da sé, abituata a essere di aiuto agli altri. Prima mi sentivo utile e ho vissuto anche l’illusione di essere indispensabile, ora mi sento di peso. È veramente difficile da sopportare. Ma anche questo ho imparato. Come altre cose che mi sembravano impossibili da apprendere.

Posso chiamarla anche cura. Cura va bene: significa prendersi cura di me e lo sto facendo nel modo migliore possibile seguendo esattamente tutte le indicazioni mediche. Lo faccio bene e senza troppo lamentarmi.

Ogni giorno mi leggi alcune pagine del “nostro libro”.

È una storia che parla di vita e di morte, di dolore, di ansie, di paure, di gioie e leggerezza. Sono vite che si intrecciano e storie fatte di piccole, grandi cose quotidiane. È scritto bene. Mi piace tantissimo. Ci piace tantissimo. Non vedo l’ora che giunga il momento della lettura quotidiana.

Nelle giornate in cui non ce la faccio a stare in piedi per il caldo, per i dolori e per la debolezza, la lettura mi porta da un’altra parte: la tua voce mi fa volare tra le onde del mare, immergere in profumi di pini e salsedine, sotto cieli azzurri. Ascolto le belle parole e, attraverso la finestra aperta, guardo il cielo che si è fatto bianco per la calura. Ma, ormai, non sono più qui.

È bellissimo, il “nostro libro”. Ma mi muove emozioni opposte. Da una parte non vedo l’ora che tu riprenda la lettura: «Leggi amore, leggimi ancora un po’ di storia. Raccontami di lei. Raccontami di me». Quando vai troppo avanti, ti faccio interrompere con la scusa di farti riposare. In realtà ho paura che arrivi troppo velocemente alla fine.

«Riposati, caro, riposa la voce, che ti stai stancando troppo e la tua voce si sta facendo roca. Riposati, amore mio!»

L’altro giorno sei tu che ti sei fermato.

«Scusa, non ce la faccio a continuare, mi viene da piangere».

Hai smesso di leggere e hai pianto. Ti ho abbracciato e ho pianto con te.

Leggi, amore mio, leggi ancora. Leggi dell’amore, del dolore, della morte. Leggi ancora di te e di me.

Gli esami vanno male. Continuo a domandarmi perché sto facendo tutto questo. Le persone che mi vogliono bene mi dicono che sono coraggiosa. Rispondo che non è coraggio. È solo che non ho alternative: faccio quello che devo fare.

Penso a quanto sono stata felice. Quanto siamo stati felici, insieme. Abbiamo goduto di ogni istante.

Faccio mentalmente un elenco delle cose belle che mi sono regalata in ogni giorno che ho vissuto. Frammenti di felicità.

Sentirsi al sicuro sotto il lenzuolo tirato fin sopra alle orecchie; camminare mano nella mano; osservare il movimento di morbide nuvole bianche; guardare l’orizzonte: vedere il sole che nasce o vederlo morire tingendo il cielo di rosso; leggere il giornale, sorseggiando il caffè, di primo mattino; mangiare la pizza con le mani; annusare l’aria quando sa di pioggia, ma anche quando profuma di fiori di tiglio; seminare fiori, vederli spuntare in primavera; ascoltare il canto degli uccelli; immergermi nell’acqua e nuotare; cantare Battisti a squarciagola; leggere un bel libro; sentire il vento sulla faccia; guardare più volte lo stesso film perché ci fa ridere; la voglia di prenderci in giro; dirti che ti amo; tenerti abbracciato; vedere le lucciole nelle sere d’estate; ascoltare i Beatles e i Rolling Stone, Beethoven e Tchaikovsky. Ridere, ridere e ridere ancora.

Ho vissuto sprazzi di eternità. Sono stata terribilmente felice.

Alla lista aggiungo: ascoltarti leggere il “nostro libro”.

Sopporto e non mi lamento. Penso alla vita e a quanto mi abbia insegnato. Ripenso a quando ero giovane e in buona salute eppure non riuscivo a sorridere, schiacciata com’ero da un enorme peso. Camminavo curva e rasente ai muri. Vivevo nell’angoscia che mi annientava. Mi sentivo sola, anche se non lo ero. E infelice. Ho dovuto imparare, all’inizio non è stato facile.

Da ragazza desideravo solo fare qualcosa di importante, che desse senso alla mia vita, per cui valesse la pena. Sognavo di lasciare una traccia del mio passaggio. Fantasticavo di poter cambiare le cose, contribuire a eliminare brutture dal mondo e alleviare i dolori degli altri.

Non ho cambiato il mondo. Nulla ho potuto contro le brutture e le ingiustizie che mi dolgono ancora, ma ho aiutato alcune persone. Curando gli altri, ho imparato a curare me stessa. A sanare le mie ferite. Poi ho appreso che esistono le piccole cose a cui dare attenzione, forse insignificanti di per sé, ma che possono dare gioia e felicità. Ho sperimentato cosa vuol dire leggerezza e, quando ti ho conosciuto, ho scelto te perché mi facevi ridere e non mi promettevi una vita insieme. Di promesse così, ne avevo già ricevute e fatte io stessa, ma non avevano funzionato.

Ci siamo scambiati buona compagnia, abbiamo guardato film tenendoci la mano e quelli che ci piacciono di più li abbiamo visti e rivisti più volte. Ci siamo salutati ogni sera e rincontrati la mattina dopo perché avevamo voglia di vederci. Abbiamo discusso sul significato di libertà, su come contrastare i cambiamenti climatici; parlato di natura, di arte e di bellezza. Abbiamo fatto la spesa insieme, divertendoci. Cucinato l’uno per l’altra, gustato le buone cose che avevamo preparato, ci siamo detti quanto siamo felici di esserci, l’una per l’altro. Ed è così che stiamo condividendo da molti anni la nostra esistenza senza aver fatto alcuna promessa.

Ogni giorno abbiamo aggiunto un po’ di bellezza alle nostre vite. Siamo felici. Ce lo diciamo ogni giorno.

Guardo l’esito della Tac tremando. Mi tieni le mani strette, mi guardi e mi sorridi.

Alziamo gli occhi al cielo.

Gli amici che vivono in collina in un piccolo cascinale che hanno ristrutturato ci dicono sempre di andarli a trovare. È in un bel posto e intorno ci sono solo boschi e silenzio. Andiamo lì per alcuni giorni.

Dopo cena usciamo. È una notte buia, senza luna. Tutt’intorno ci sono bagliori minuscoli che fluttuano e lampeggiano sospesi nell’aria. Sono iridescenze incantate che, a tratti, si accendono e si spengono. Silenziose, si spostano lentamente. Si accendono e si spengono. Luce e buio. Ancora luce e ancora buio. Come per magia s’illuminano e poi si oscurano. Le guardiamo senza parlare: oscillano, volteggiano, navigano leggere. Si alzano e si abbassano incessantemente in una danza scomposta che si rinnova continuamente.

Sono lucciole. Sembrano stelle danzanti.

So perché lo sto facendo: lo faccio per te, lo faccio per me.

Abbiamo finito il “nostro libro”.

Mi hai promesso che domani inizierai a leggermene uno nuovo.

Condividi questo contenuto:

contatti

Comune San Donato Milanese
Via C. Battisti, 2
tel 02-52772.1
P.IVA 00828590158

iscriviti per rimanere aggiornato